L’analisi finale con un follow-up a 3 anni degli endpoint secondari dello studio IMpassion031, recentemente pubblicata su Nature Medicine, conferma i benefici clinici dell’atezolizumab in trattamento perioperatorio aggiunto alla chemioterapia nel carcinoma mammario triplo negativo in stadio iniziale, mostrando effetti positivi anche sul DNA tumorale circolante.
Lo studio IMpassion031 ha valutato atezolizumab aggiunto a un regime di chemioterapia neoadiuvante standard e continuato dopo l’intervento chirurgico in pazienti con carcinoma mammario triplo negativo in stadio iniziale; all’analisi primaria, il tasso di risposta patologica completa è risultato significativamente migliorato (58% con atezolizumab più chemioterapia contro il 41% con placebo più chemioterapia). Nel nuovo articolo, gli autori riportano l’analisi finale degli endpoint secondari ovvero la sopravvivenza libera da eventi, la sopravvivenza libera da malattia, la sopravvivenza globale, nonché gli esiti riferiti dai pazienti e i dati di sicurezza a 3 anni dall’arruolamento dell’ultima paziente. I risultati a lungo termine mostrano un beneficio per il gruppo trattato con atezolizumab, con un hazard ratio per la sopravvivenza libera da eventi e la sopravvivenza libera da malattia pari a 0,76 e un hazard ratio per la sopravvivenza globale pari a 0,56. Gli autori riferiscono anche analisi longitudinali esplorative in cui sono stati valutati i potenziali effetti prognostici e predittivi dei livelli di ctDNA al basale e durante il trattamento: i dati raccolti hanno mostrato che i pazienti con ctDNA negativo al basale (6%) hanno avuto eccellenti risultati a lungo termine e anche che nella maggior parte dei pazienti (87%) il ctDNA risultava assente al momento dell’intervento chirurgico; invece, la positività al ctDNA all’intervento ha identificato un sottoinsieme di pazienti con risposta patologica non completa e una prognosi peggiore. Come concludono gli autori, «Alcuni dei risultati esplorativi del dataset IMpassion031 sono particolarmente interessanti per la futura pratica clinica, perché forniscono informazioni uniche sull’evoluzione del ctDNA durante la chemioterapia neoadiuvante con o senza blocco dei checkpoint immunitari. La rarità di uno stato di negatività del ctDNA al basale e gli eccellenti risultati che vi risultano associati, anche in assenza di una risposta patologica completa, sono importanti per la selezione dei pazienti per gli studi di de-escalation. Al contrario, un elevato livello di ctDNA al basale che persiste nonostante il trattamento si associa a risultati peggiori e rappresenta un elevato bisogno insoddisfatto. Una sfida per la ricerca futura è perciò definire e implementare strategie di trattamento adattive guidate non solo dalla risposta tumorale, ma anche dal monitoraggio dinamico del ctDNA».
L’analisi finale con un follow-up a 3 anni degli endpoint secondari dello studio IMpassion031, recentemente pubblicata su Nature Medicine, conferma i benefici clinici dell’atezolizumab in trattamento perioperatorio aggiunto alla chemioterapia nel carcinoma mammario triplo negativo in stadio iniziale, mostrando effetti positivi anche sul DNA tumorale circolante.
Lo studio IMpassion031 ha valutato atezolizumab aggiunto a un regime di chemioterapia neoadiuvante standard e continuato dopo l’intervento chirurgico in pazienti con carcinoma mammario triplo negativo in stadio iniziale; all’analisi primaria, il tasso di risposta patologica completa è risultato significativamente migliorato (58% con atezolizumab più chemioterapia contro il 41% con placebo più chemioterapia). Nel nuovo articolo, gli autori riportano l’analisi finale degli endpoint secondari ovvero la sopravvivenza libera da eventi, la sopravvivenza libera da malattia, la sopravvivenza globale, nonché gli esiti riferiti dai pazienti e i dati di sicurezza a 3 anni dall’arruolamento dell’ultima paziente. I risultati a lungo termine mostrano un beneficio per il gruppo trattato con atezolizumab, con un hazard ratio per la sopravvivenza libera da eventi e la sopravvivenza libera da malattia pari a 0,76 e un hazard ratio per la sopravvivenza globale pari a 0,56. Gli autori riferiscono anche analisi longitudinali esplorative in cui sono stati valutati i potenziali effetti prognostici e predittivi dei livelli di ctDNA al basale e durante il trattamento: i dati raccolti hanno mostrato che i pazienti con ctDNA negativo al basale (6%) hanno avuto eccellenti risultati a lungo termine e anche che nella maggior parte dei pazienti (87%) il ctDNA risultava assente al momento dell’intervento chirurgico; invece, la positività al ctDNA all’intervento ha identificato un sottoinsieme di pazienti con risposta patologica non completa e una prognosi peggiore. Come concludono gli autori, «Alcuni dei risultati esplorativi del dataset IMpassion031 sono particolarmente interessanti per la futura pratica clinica, perché forniscono informazioni uniche sull’evoluzione del ctDNA durante la chemioterapia neoadiuvante con o senza blocco dei checkpoint immunitari. La rarità di uno stato di negatività del ctDNA al basale e gli eccellenti risultati che vi risultano associati, anche in assenza di una risposta patologica completa, sono importanti per la selezione dei pazienti per gli studi di de-escalation. Al contrario, un elevato livello di ctDNA al basale che persiste nonostante il trattamento si associa a risultati peggiori e rappresenta un elevato bisogno insoddisfatto. Una sfida per la ricerca futura è perciò definire e implementare strategie di trattamento adattive guidate non solo dalla risposta tumorale, ma anche dal monitoraggio dinamico del ctDNA».